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Archive for ottobre, 2009

Marangoni cioccolato: POP!

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Overload/overdose/overthetop.

Bene, alcune considerazioni ab latere. (Ab latere di cosa? Del mio lato migliore, del vostro tergo, del lato nascosto della luna, etc.).
Ho come l’impressione, da alcuni giorni, che il contenuto della mia testa sia un pacchetto di popcorn. mentre il mio cranio è un fantastico modello di microonde Uirpul con un’enorme manopola nel mezzo, (chi mi conosce sa a cosa mi riferisco e-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e) che ti invita a scegliere tempo e watt per una cottura perfetta. Sto lavorando troppo?
La risposta è no. Cercando di fare una serie di considerazioni con la testa sgombra in quei 20 minuti durante i quali ieri sera ho perduto i sensi sul divano, svegliandomi a puntata dei simpsons terminata, sono arrivata alla conclusione che l’uso che faccio di questo maledetto aggeggio collegato al mondo tramite uaifai ha lo stesso effetto sui miei neuroni del crack. Anche se non ho mai provato il crack. Comunque la parte dello sballo è completamente assente (qindi non esiste spasso aimè), permane solo la sensazione che lo spazio lasciato vuoto dal tessuto necrotizzato di parte dei tuoi lobi encefalici si sta riempiendo di teneri e untuosi fiocchi di mais scoppiettanti.
Ho preso la palla al balzo ieri pomeriggio, verso le 16,30: sono andata a correre, con lo stomaco completamente pieno di pizza fatta da me, raggiungendo la palestra con la bicicletta, ultimo mezzo di locomozione adottato dopo aver perduto, o donato ad ignoti, se vi piace di più, il motorino. Correndo sul tappeto rotolante, cercando di sudare tutto il burro che si accalcava tra le anse ancora vive del cervello, ansimando con il mio grosso flaccido culo e quei fottuti fusò sbrindellati dal punto vita elefantiaco che mi calano e mostrano al pubblico le mie mutande, goffa, arrancavo verso la meta: un chilometro condito con l’acidità di stomaco e il pranzo perfettamente schiumati che riemergevano verso la laringe… Mai prestazione fu peggiore, eccezion fatta per quelle a rischio sincope dei miei esordi.
Perché non riesco a correre? Ho la milza che scalcia come un feto al settimo mese, ma voglio, esigo, pretendo di sudare via quella tumefazione oleosa dalla mia testa, causata dall’eccessivo uso del computer, dagli occhi puntati per ore davanti a un monitor al plasma, ai 10milioni di posti e modi per comunicare che mi conclamano la più ciarliera delle asociali. Tutti i giorni il mio cervello assorbe una serie inprecisata di dati e ne sputa fuori altri, affumicati, sezionati, consumati, e si gonfia, lievita, come la massa del pane, poi si sgretola, soffrigge, dimentica quello che aveva appena appuntato su un postit immaginario, che vola via dalla finestra, quella dell’immaginazione, che non esiste quasi più, perché sostituita dalle patinatissime pagine di ilovelypackage, o di thedieline, o di ffffound, o dei miei sconosciuti contatti di flickr, o di behance, tutte eccezionali prove di come immaginazione, fantasia e progettazione vengano usate a dovere dagli altri, mentre io faccio fatica a correre e respirare, sopraffatta dalle ansie da prestazione. prestazione che non esiste, avvitata com’è a una sedia girevole e a un monitor e aun portatile e a una connessione e a una serie imprecisata di sinapsi sclerotiche che sono sì, abbondanti e vivaci, ma si schiantano sempre contro un qualche pixel, intrufolatosi furtivamente dalla cornea in quel micron quadrato del mio cervello, fino a saturarne ogni ansa.
E con questo chiudo.
Spero presto anche in una vacanza liberatoria o in un repentino cambio di mestiere.

La crostata bruciacchiata.

E alla fine, senza ancora una connessione degna di essere tale, scrivo il primo post dalla mia nuova casa in locazione: un 45 mq molto luminoso e con un delizioso terrazzo a cui uno squinternato ha applicato un algido pavimento bianco sopra al quale anche un singolo capello sembra un enorme faglia tra due zolle tettoniche.
Sto bruciando una crostata alla marmellata di albicocche, con l’intento di testare il nuovo forno.  Ciò che non è carbonizzato è piuttosto buono; d’altronde sono sempre stata brava con la pasta frolla. Meno con il determinare i tempi di cottura, e per nienteincline a dedicare tempo l’asppetto esteriore e alla presentazione dei piatti, perché da ingorda troglodita è l’olfatto che mi guida, non la vista, come negli esseri più evoluti.  Non a caso come art director sono una fallita, ma ho imparato che, spesso, dietro un oggetto bellissimo si nasconde unl vuoto assoluto di intenti.
Da qualche giorno in questa Roma sempre più sciatta (tanto da non somigliare più nemmeno a una vecchia baldracca, ma ormai del tutto simile a un cane randagio che digrigna i canini) è calato il luminosissimo gelo invernale. Cielo terso, sole raggiante e lontano, i calzini e le mutande si sono asciugate velocemente, questo mi consola. Però nel giro di poche ore, dalle maniche corte siamo dovuti passare al cappottino di lana, alla felpa con cappuccio, alle scarpe chiuse. Una tragedia.  Anche all’interno della mia abitazione di pochi metri quadri, si insinua l’infido spiffero  e il plaid si accovaccia, in attesa di essere strattonato per un lembo, sul divano. Ma quest’anno c’è l’austerity e i termosifoni… solo se necessario.
A chi puo interessare questa mediocre lista della spesa? La verità? Solo a me, che così non mi sevizio il dito medio della mano destra, stringendo la penna. Sono inutili esercizietti di dattilografia  a fantasia limitata, quelli che potrebbero fare la gloria di una segretaria o lo sgambetto a una cop(r)ywater; ma io sono art, art fallita e non mi pongo il problema.
Non mi definisco così per via di una dose minima di commiserazione da assumere due volte al giorno, dopo i pasti. Semplicemente è quello che penso del mio mestiere, è un mestiere da falliti. Alla fine tutti noi veniamo ingoiati, digeriti e ricagati su un bello sterrato, in comodi spruzzi di diarrea… la migliore delle ipotesi è che la pioggia ci lavi via in poco tempo… la peggiore è seccare al sole rimanendo un’esile crosticina marrone. Nella pervicacia con cui continuiamo a competere tra di noi, esponendo premi e carriere che ci sono costate la salute fisica e mentale per pochi spiccioli, rubati di solito all’utente finale, truffato da una informazione falsata da sborrate preziose, sta il male della pubblicità. Noi indoriamo la pillola dell’infinocchiamento quotidiano di una società malata. Altro che crostata, bisognava mettere in forno un bel trancio di porchetta.