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La strada/The road.

Strade come arterie esangui percorse dall’ultimo coagulo denso e pulsante in un mondo definitivamente in metastasi.
Padre e figlio, di fronte all’inevitabile devastazione planetaria, in costante migrazione verso il grado zero della vita: il mare, dove tutto è cominciato.
Ho amato questo libro che mi ha, per pochi e utilissimi minuti, devastato il cuore. Finito di leggere dentro l’autobus che mi portava a casa per le vacanze di natale, durante l’ultimo tratto della superstrada Civitanova Marche/Macerata. Ho dovuto piangere per tollerare la pressione di un miraggio che vedo molto vicino. Un miraggio distopico.
Un linguaggio scarnificato dove narrazione e dialogo si fondono e entrano a far parte di te. Diventano la tua preghiera per un mondo migliore, ogni singolo giorno.

Di buoni ce ne sono anche altri. L’hai detto tu.
Sí.
E allora dove sono?
Stanno nascosti.
Da chi si nascondono?
Gli uni dagli altri.
E ce ne sono tanti?
Non lo sappiamo.
Però qualcuno ce n’è.
Qualcuno. Sí.
È vero?
Sí che è vero.
Però potrebbe anche non essere vero.
Penso che sia vero.
Ok.
Tu non mi credi.
Si che ti credo.
Ok.
Ti credo sempre.
Non mi pare proprio.
Sí invece. Ti devo credere per forza.
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Non si può non leggere.

D’inverno al pigneto.

Beverly Hills 90210 si è appena concluso dietro di me, con una lunga strimpellata falsamente autoriale del fidanzato campagnolo della vergine Donna.
Lascia il posto agli appena maturi abitanti di Melrose Place con le loro vite in carriera, auto di lusso e passati malamente celati. Una società di autistici incoscienti, relegati nelle loro microcomunità dove l’unica legge vigente è il ripassarsi l’uno con l’altro fino alla consunzione degli organi genitali. Ancora 45 minuti prima che Rai4 si degni di trasmettere qualcosa di subnormalmente appetibile. Eureka e quindi Angel (sigh!) sono le serie tv che meglio si adattano alla mia inedia cerebrale d’inverno. Mentre il friccicore all’interno delle mie nari aumenta in proporzione alla copiosità di muco, ancora trasparente e liquido.
Per non cadere nel losco tranello che la mia psiche sta cercando di tendermi, quello di abbandonare i miei tentativi di avere una sana e robusta costituzione, anche oggi ho passato un paio d’ore in palestra a forgiare il mio corpo per il prossimo futuro indigente. Mi vedo già a pesca di nutrie giganti negli abissi fangosi del tevere, sorretta solamente dai miei portentosi dorsali, mentre strangolo i grassi roditori con i ferrei muscoli dell’interno coscia. O a raccogliere uova di storno arrampicandomi come una scimmia sulle cime dei pini marittimi ormai morenti, succhiando in volo i tuorli ancora caldi. Perché la possibilità di sopravvivere al prossimo futuro passa attraverso la mia incerta trasformazione in uonderuoman.
Sarà un futuro divertente? Io credo di si. Perché vince chi si adatta, non il più forte. Ma anche un corpo forgiato per la sofferenza varrà pur qualche punto.

Moccio.

Roma è vuota e il mio naso è pieno. Il sole se n’è andato e qui si beve caffè tiepido, in attesa dell’ora ics.

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